Come recuperare gli esclusi dalla Rete? - Banda Larga

a cura di Giacinto Matarazzo

Nell’indifferenza generale, ci stiamo rassegnando al fatto che quasi la metà degli italiani non sappia o non possa usare Internet. Quindi al rischio di una sempre crescente esclusione economica, sociale e culturale. E a un’enorme perdita di talenti, possibilità e risorse. Perché connetterli alla Rete può essere una straordinaria opportunità. Per tutto il Paese. Ma dobbiamo ancora scoprire come si fa.

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I campi elettromagnetici a radiofrequenza fanno davvero male?

I risultati scientifici sembrano troppo complessi, a volte contraddittori. Eppure, a saperli leggere, un giudizio – che purtroppo non sarà forse mai definitivo – l’hanno già dato.

di Simona Valbonesi

La classificazione nel maggio 2011 dei campi elettromagnetici a radiofrequenza fra i fattori “possibilmente cancerogeni” da parte dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (AIRC) ha rilanciato allarmi e polemiche che sembravano ormai sopiti. Dai resoconti e dai commenti apparsi sui media è stato però difficile farsi un’idea reale sullo stato della ricerca in questo campo, perché quasi nessuno ha fatto cogliere il giudizio del panel di esperti dell’AIRC nel contesto di una mole ormai notevolissima di risultati.
Le prime indagini scientifiche sui potenziali effetti dei campi elettromagnetici a radiofrequenza risalgono infatti addirittura agli anni ‘50, quando alcuni gruppi di ricercatori si sono impegnati nella valutazione di eventuali conseguenze a livello sanitario dell’esposizione professionale ai campi generati da apparati radar ad elevata potenza presenti su mezzi navali e in aree militari. Da allora sono stati pubblicati circa 30.000 articoli sul tema, di cui oltre 2.500 nell’ultimo decennio, che ha visto una frenetica attività di ricerca nell’ambito del Quinto Programma Quadro dell’Unione Europea e in altri studi indipendenti. Il Sesto Programma Quadro (Coordinamento EMF-NET) invece ha portato avanti una revisione in chiave critica dei risultati di questi studi, con l’obiettivo di fornire una risposta scientifica ai dubbi intorno agli effetti dei campi elettromagnetici.
La cifra investita negli ultimi dieci anni si aggira intorno ai 250 milioni di euro e la ricerca continua ancora con le attività del VII Programma Quadro, focalizzate sulle esposizioni di bambini, adolescenti e lavoratori.


La risposta può essere solo un giudizio ponderato

La domanda più pressante che veniva e viene tutt’ora posta è scontata: l’esposizione ai campi a radiofrequenza, provoca tumori nell’uomo? È infatti proprio a questo quesito che la maggior parte degli studi ha cercato di dare una risposta.
Le indagini scientifiche vengono effettuate attraverso tre tipologie di studi – in vitro, in vivo su animali ed epidemiologici – ciascuna delle quali presenta peculiarità che la rendono adatta ad esplorare un particolare aspetto a scapito degli altri. Gli studi in vitro si focalizzano infatti sugli eventuali meccanismi a livello biofisico che possono portare dall’esposizione all’insorgenza di una patologia, mentre gli studi su animali si concentrano sull’effetto di un agente sull’organismo in toto. Gli studi epidemiologici, infine, si occupano delle eventuali relazioni tra esposizione a un determinato agente e insorgenza di una patologia specifica attraverso l’osservazione della distribuzione e dell’andamento della malattia nella popolazione.
La difficoltà di interpretare i risultati di queste indagini su effetti che, se ci sono, sono molto piccoli (altrimenti sarebbero già evidenti) deriva dal fatto che un giudizio si può esprimere solo attraverso l'unione e l'integrazione dei risultati di tutte e tre le tipologie di indagine.


Assoluzione non definitiva

Gli studi in vitro sui possibili effetti dell’esposizione ai campi elettromagnetici su singole cellule o colture cellulari sono partiti dall’ipotesi che il campo elettromagnetico possa influenzare il processo cancerogenico sia direttamente (induzione), sia indirettamente (promozione). I campi elettromagnetici sono stati quindi messi sotto una lente d’ingrandimento e studiati sia come agente singolo che in combinazione con altri agenti, fisici o chimici, di accertata cancerogenicità.
I risultati delle indagini fin qui condotte non indicano una associazione tra esposizione ai campi elettromagnetici a radiofrequenza e induzione di processi cellulari tipici della cancerogenesi.

Le indagini su animali hanno invece permesso di ottenere informazioni dettagliate sulle interazioni a livello biologico e fisiologico tenendo conto di tutte le funzioni cellulari, comprese le risposte a livello immunitario, le variazioni sul piano cardiovascolare e altri comportamenti osservabili solo su un organismo “in toto”. I possibili effetti di induzione e promozione neoplastica dei campi a radiofrequenza sono stati studiati sia attraverso gli esperimenti classici su animali sani, sia utilizzando linee geneticamente modificate per l'induzione di molteplici tumori, oppure analizzando gli effetti della esposizione combinata a campi a radiofrequenza e agenti fisici e chimici di nota genotossicità. Se si escludono poche eccezioni, statisticamente non rilevanti, queste indagini non hanno messo in evidenza un effetto cancerogenico derivante dalla esposizione a campi a radiofrequenza, come singolo agente o in associazione ad altri, neppure per livelli di campo elevati.
Occorre ricordare però che, a causa delle diverse dimensioni e della diversa fisiologia, non sempre è possibile estrapolare al 100% da studi su animali considerazioni conclusive applicabili all'uomo. Molti tumori presentano caratteristiche simili nell'uomo e negli animali, ma i dati e i risultati devono essere contestualizzati tenendo conto che le diverse dimensioni corporee fanno sì che a parità di frequenza e dosimetria, l'assorbimento vari.
Chi non appartiene alla comunità scientifica spesso non si rende conto che le tre tipologie di studio descritte sono i tre anelli che costituiscono la catena di una conoscenza solida e, di conseguenza, il maggiore interesse, soprattutto a livello mediatico, viene catturato dai risultati degli studi sull’uomo. Purtroppo, però, le indagini epidemiologiche possono vedere chiaramente solo effetti forti, come ad esempio l’associazione fra fumo di tabacco e tumori al polmone. Sono invece molto meno adatte allo studio di effetti piccoli, che possono non essere visti se ci sono, oppure “scoperti” anche se non ci sono.
L’associazione tra esposizione a campi a radiofrequenza e insorgenza di tumori è stata studiata per varie tipologie di neoplasia anche se la maggior parte degli sforzi si è focalizzata sui tumori intracranici (meningiomi e gliomi) e sui neurinomi acustici. La comunità scientifica, con la diffusione massiccia dell’utilizzo del cellulare, ha infatti ritenuto opportuno indagare sulle patologie caratteristiche delle aree tipicamente più a stretto contatto con il terminale mobile: la testa ed il collo.
Le indagini conoscitive, consistenti in studi di coorte e studi caso controllo, sono state portate avanti sia da gruppi indipendenti afferenti a istituti di ricerca di carattere internazionale che attraverso programmi europei di ampio respiro, come Interphone.
Il quadro d’insieme emerso dalla revisione in chiave critica dei risultati degli studi, tranne alcune eccezioni, sembrerebbe non suggerire una relazione causale tra uso del telefono cellulare e tumori cerebrali, così come tra esposizione a campi a radiofrequenza e tumori in genere. Le poche eccezioni in cui è stata evienziata la possibilità che sussista un rapporto causa-effetto vengono considerate non rilevanti dalla maggior parte della comunità scientifica in quanto provenienti da studi caratterizzati da bassa potenza statistica, che non permettono di escludere a priori la presenza di bias, condotti con metodologie non rapportabili a quelle usualmente utilizzate dai ricercatori, non replicati e non in grado di identificare una relazione dose-risposta.
Chi si aspettava dalla comunità scientifica un sì o un no definitivi come risposta alla domanda di partenza sarà probabilmente deluso, eppure è solo a un giudizio ponderato che gli strumenti di indagine di cui disponiamo ci consentono di affidarci.  

Interphone ha deluso le aspettative?

Il progetto Interphone, uno studio epidemiologico caso controllo basato su questionario nel quale scienziati di 13 paesi, tra cui l’Italia, hanno lavorato su protocolli comuni, aveva sicuramente le carte in regola per dare un senso di conclusività alle indagini finora condotte.
L’importanza di questo studio risiede nella elevata potenza statistica fornita dalla possibilità di unire i dati provenienti dai vari laboratori sparsi per il mondo, essendo questi ultimi prodotti attraverso lo stesso protocollo.
Sono state analizzate le storie d’uso del cellulare di oltre 10.700 persone affette da varie neoplasie a carico del cervello e circa 7.800 controlli. I dati sono stati elaborati considerando vari gruppi distinti in base alla data di inizio dell’utilizzo del telefono cellulare e alle ore di conversazione effettuate.
Il quadro d’insieme fin qui emerso, tranne alcune eccezioni relative ai decili più alti di esposizione, non sembrerebbe suggerire una relazione causale tra uso del telefono cellulare e insorgenza di tumori cerebrali, siano essi di natura maligna, come i gliomi, o di natura benigna, come i meningiomi e il neurinoma acustico.
Per questo studio sono stati spesi 19,2 milioni di euro, l’attività di ricerca è iniziata nel 2000, i primi risultati erano attesi per il periodo 2004-2008; problemi nella analisi dei dati e nella definizione della dosimetria ne hanno posticipato l’uscita al 2010.
L’uscita dei risultati di Interphone ha veramente fornito un contributo aggiuntivo alla conoscenza scientifica?
Sicuramente, in attesa dei risultati di uno studio a così ampio respiro, si è prodotta una stasi nell’attività di ricerca in questi ambiti specifici e in altri direttamente connessi –tra cui  valutazione del rischio, standard e misure di protezione, comunicazione – e un atteggiamento da parte del mondo scientifico e tecnico come di attesa di una risposta definitiva che completasse il quadro delle conoscenze.
Dopodiché i risultati di Interphone hanno in parte deluso le aspettative, sia a causa di difficoltà emerse nella stima delle esposizioni, sia per limitazioni e bias tipici degli studi epidemiologici, quali ad esempio la scelta dei controlli, la bassa partecipazione all’indagine ed il fatto che elementi come la distorsione del ricordo possono influenzare le risposte fornite e quindi indirettamente anche i risultati.
Inoltre, questo studio non ha permesso di stabilire un’associazione causa/effetto oppure di negarla, contribuendo quindi ad aumentare il livello di confusione ed alimentando polemiche legate soprattutto ai ritardi nell’uscita dei risultati e alla trasparenza delle fonti di finanziamento.

Instabilità delle posizioni ufficiali

L’ICNIRP (International Commission on Non-Ionizing Radiation Protection), che rappresenta l’autorità di riferimento per l’emanazione di Linee Guida per la protezione di popolazione e lavoratori, ritiene che i risultati scaturiti dall’analisi statistica dei dati di Interphone non apportino modifiche sostanziali alla posizione ufficiale espressa nella revisione delle Linee Guida risalente al 2009: non ci sono effetti cancerogeni derivanti dall’esposizione a campi a radiofrequenza per livelli di tasso di assorbimento specifico (SAR) anche superiori ai limiti.
La posizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), fino a maggio 2011, era in linea con quella dell’ICNIRP. In quella data, l’AIRC che fa parte dell’OMS, nel corso di un panel di revisione critica degli studi ha scelto di collocare i campi elettromagnetici a radiofrequenza all’interno del gruppo 2B (la forma più blanda di classificazione in cui ricade anche il caffè) fondandosi sulle limitate evidenze di associazione tra esposizione ai campi a radiofrequenza emessi dai telefoni cellulari e insorgenza di glioma e neurinoma acustico nell’uomo e negli animali da esperimento.
La decisione, giunta dopo l’analisi dei dati di Interphone e di altri studi indipendenti, è basata sulla ipotesi che le lievi associazioni trovate non possano essere archiviate come frutto di casualità, bias o fluttuazioni statistiche. Il caso, insomma, non sarebbe chiuso.
Tale classificazione, avvenuta dopo oltre 40 anni di ricerche e 30.000 articoli pubblicati,  ha suscitato molti dibattiti e interrogativi in seno alla comunità scientifica e non, su quali siano le reali motivazioni, quali i veri pericoli, quale il significato e soprattutto quali le conseguenze.
Prima di poter emettere un giudizio sugli argomenti scientifici che hanno condotto a questa classificazione occorre attendere l’uscita della Monografia dell’AIRC dedicata all’argomento, alla cui produzione concorrono gli esperti componenti il panel che ha deciso per la classificazione. Senza ombra di dubbio si può affermare che la valutazione dell’AIRC è prudenziale, poiché attribuisce un forte peso ad associazioni limitate. Inoltre la denominazione possibilmente cancerogeno già di per sè è fonte di confusione; al termine “possibilmente” infatti corrispondono diversi gradi di plausibilità, dal non impossibile fino al quasi probabile. Una serie di sfumature alquanto inquietanti se ci si sofferma a pensare.

È davvero cambiato qualcosa?

La risposta alla domanda non può che essere negativa. Oltre al parere espresso dall’AIRC ci sono le conclusioni di altri autorevoli organismi (l’ICNIRP, la Commissione Europea tramite il Report SCENIHR, l’HPA della britannica, l’AFFSET francese, solo per citarne alcuni) che si sono espressi sul tema, a partire dalla analisi critica della stessa letteratura scientifica considerata dall’AIRC.
In ogni caso, il giudizio largamente condiviso dalla comunità scientifica secondo cui il complesso dei dati disponibili non fornisce evidenze coerenti di cancerogenicità, così come la scelta delle principali organizzazioni protezionistiche di non basare i limiti di esposizione su effetti a lungo termine, non contrastano a priori la classificazione data dall’AIRC per i campi a radiofrequenza come possibilmente cancerogeni. Allo stato attuale delle conoscenze, infatti, l’effettiva entità del rischio non è nota, sebbene ci siano dati sufficienti per affermare che il rischio possa essere bassissimo se non addirittura inesistente.
Del resto, il progresso tecnologico, nel senso più ampio della parola, è stato sempre associato con vari rischi, sia percepiti sia reali, e questo vale anche per i campi elettromagnetici e per tutte le applicazioni che li utilizzano. Per i campi elettromagnetici però, contrariamente a quanto accaduto per altri agenti come il fumo del tabacco o l’amianto, per i quali le indagini scientifiche sono iniziate quando già c’era l’evidenza di una cancerogenicità, gli studi sono stati portati avanti in un’ottica di precauzione; le prime indagini infatti sono iniziate negli anni ’50 quando le tecnologie basate sui campi a radiofrequenza erano estremamente limitate e circoscritte ad ambienti specifici e non utilizzate a livello massiccio come accade ora per la telefonia cellulare.
Le conoscenze scientifiche acquisite in questi decenni indicano un’assenza di effetto o al limite un effetto estremamente ridotto. Sulla base di questo, ha senso stanziare altri fondi di ricerca che potrebbero essere impiegati in modo più proficuo, o addirittura correre il rischio di arrestare il progresso di una tecnologia che ha già dimostrato di portare enormi vantaggi a tutti?

   

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